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Alcuni pensatori e personaggi del mondo germanico

Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832)

Franz Kafka

(1883-1924)

Bertolt Brecht

(1898-1955)

Sigmund Freud

(1856-1951)

Albert Einstein

(1879-1955)

Friedrich Nietzsche

(1844-1900)

(1945-1982)
 

 

 

 

 

Johann Wolfgang von Goethe

1749-1832

 Breve scheda biografica di Goethe:


Goethe nacque nel 1749 a Francoforte come figlio di una famiglia dell'alta borghesia. Studiò legge a Lipsia e a Strasburgo dove fu coinvolto dal movimento letterario dello "Sturm und Drang" di cui divenne uno dei protagonisti. Chiamato dal granduca Carlo Augusto, dal 1775 passò tutto il resto della sua lunga vita a Weimar dove faceva parte della corte come consigliere. Trasformava la piccola città in uno dei più vivaci centri culturali del tempo ("età classica di Weimar"). Ammirava la cultura classica greco-romana. A Weimar aveva anche una intensa e proficua amicizia con lo scrittore Friedrich Schiller. Fece due viaggi in Italia (durante il primo viaggio si fermò in Italia per quasi due anni) che influenzavano profondamente la sua personalità e stimolavano la sua produzione letteraria. Oltre che di letteratura si occupò, come ministro, anche dell'amministrazione del granducato, condusse degli studi scientifici sulle piante e sulle pietre ed elaborò una teoria dei colori. È considerato il più grande poeta di lingua tedesca. Morì nel 1832 all'età di 83 anni quando era ormai diventato una specie di "monumento vivente" della cultura.

Viaggio in Italia

 

Come si viaggiava nel '700?

Nel settecento il "turismo" come lo conosciamo oggi non esisteva. Viaggiare era pericoloso, i ladri erano sempre presenti nelle strade. Inoltre le carrozze facilmente si rompevano per il cattivo stato delle strade. Per i viaggi all'estero c'era un ulteriore problema: la lingua. Pochissima gente sapeva una lingua straniera. I viaggi erano lenti e lunghi, in una settimana si facevano forse 400-500 chilometri, e solo i più ricchi avevano i soldi per fare un viaggio più lungo.

Era una piccola minoranza che viaggiava: c'erano i commercianti che lo facevano per necessità. Poi i pellegrini che andavano a Roma per ottenere l'indulgenza. E infine gli scrittori, i pittori e architetti che volevano imparare presso maestri stranieri o cercavano ispirazioni artistiche. Dürer per esempio andò in Italia e in Olanda per imparare. Architetti e pittori italiani andarono in Germania, perché lì c'erano più possibilità di guadagnare. Il piccolo Mozart fu portato in giro per l'Europa per farsi conoscere. I viaggi erano dunque quasi sempre per motivi di lavoro o di studio. Tra il XVIII e il XIX secolo un viaggio nel bel paese diventò una tappa quasi obbligatoria nell'educazione dei giovani delle famiglie ricche. Nel Settecento c'erano già alcuni, pochi, "luoghi di riposo" dove i ricchi andarono per divertimento, un viaggio restava comunque sempre un'impresa notevole, costosa e non senza pericoli. Il 95% della gente non lasciava praticamente mai la propria città.

Perché Goethe andò in Italia?

a sinistra: Goethe alla finestra della sua casa a Roma, disegno del suo amico e pittore Tischbein.

Il viaggio di Goethe fu una specie di fuga. Il lavoro come ministro a Weimar aveva soffocato la sua creatività. Sentì la necessità di cambiare pelle. L'Italia era sempre stata il suo sogno, l'Italia classica della Magna Grecia e dei Romani. Tuffandosi in quell'ambiente classico sperava di poter rinascere. Preparava questa fuga di nascosto, nessuno doveva sapere quando e per dove sarebbe partito. Il 3 settembre, alle tre di notte, partì con la carrozza della posta, senza salutare nessuno. All'inizio Goethe viaggiava sotto un altro nome, non voleva essere riconosciuto, voleva godersi l'Italia senza dover rendere conto a nessuno. Per alcuni mesi nemmeno sua madre, nemmeno i suoi amici più stretti avevano notizie di lui.




Cosa cercò in Italia, cosa trovò?

a destra: il famoso quadro di Tischbein: "Goethe in Campagna"

Quello che Goethe cercò in Italia non era l'Italia di Michelangelo, di Leonardo, della grande pittura e architettura rinascimentale e barocca. Durante il primo soggiorno a Firenze si fermò per appena 3 ore, e a Roma, nella Cappella Sistina, si addormentò. La situazione politica gli era del tutto indifferente. Giotto non lo vedeva, Bernini non lo nominava neanche una volta. Lui cerca l'antichità e quando, a Verona, vide per la prima volta un monumento romano "dal vivo", cioè l'Arena, era felice. Una volta arrivata a Roma, si sentì subito a casa, e si comportava come se non fosse mai vissuto da un altra parte. Il viaggio doveva durare alcuni mesi, alla fine erano quasi due anni. Più che un viaggio in Italia era una vita in Italia, e più si fermò, più si rilassò, più cominciò ad interessarsi anche della vita italiana. Goethe cambiò e si può notare un fatto piuttosto strano: lui che in passato aveva scritto innumerevoli poesie d'amore e romanzi pieni di passione, solo qui, in Italia, scopre l'amore, quello fisico, sensuale. Oltre a dipingere continuamente (portò a casa ca. mille disegni), ricominciò a scrivere e a diventare creativo. Il suo diario, pubblicato nel 1829, non è una descrizione del paese, è piuttosto una descrizione delle impressioni che riceveva dal paese e dalla gente, mescolata con riflessioni sue su arte, cultura e letteratura. Leggendo il libro si capisce più di Goethe che dell'Italia. Ma nonostante ciò e anche un libro sull'Italia, ma su un'Italia del tutto goethiana, è la sua Italia, un'Italia che nessun'altro poteva vivere così.

Tutti i tentativi di Goethe di ripetere l'esperienza unica e stimolante del primo viaggio in Italia sono falliti. La seconda volta arrivò fino a Venezia, ma non vide più gli ideali classici, vide solo il disordine e il malfunzionamento delle cose pubbliche. La terza volta arrivò solo fino al confine, poi tornò a casa. Il suo bisogno di evadere non era più sufficientemente grande.

Questa poesia di Goethe è diventata l'espressione classica della nostalgia ("Sehnsucht") di molti artisti verso l'Italia:

Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
Im dunklen Laub die Goldorangen glühn,
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht,
Kennst du es wohl?
Dahin! Dahin
Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn!
Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Nel verde fogliame splendono arance d'oro
Un vento lieve spira dal cielo azzurro
Tranquillo è il mirto, sereno l'alloro
Lo conosci tu bene?
Laggiù, laggiù
Vorrei con te, o mio amato, andare!

Lo stesso Goethe, durante il suo secondo viaggio, scrisse invece:

Noch ist Italien, wie ichs verließ, noch stäuben die Wege,
Noch ist der Fremde geprellt, stell er sich,
wie er auch will.
Deutsche Rechtlichkeit suchst du in allen Winkeln vergebens,
Leben und Weben ist hier, aber nicht Ordnung und Zucht;
Jeder sorgt nur für sich, ist eitel, misstrauet dem andern,
Und die meister des Staats sorgen nur wieder für sich.
Schön ist das Land! doch ach! Faustinen find ich nicht wieder.
Das ist Italien nicht mehr, das ich mit Schmerzen verließ.
L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade,
ancora truffe al forestiero, si presenti
come vuole.
Onestà tedesca ovunque cercherai invano,

c'è vita e animazione qui, ma non ordine
e disciplina;
ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida,

e i capi dello stato, pure loro, pensano solo
per sé.
Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo.
Non è più questa l'Italia che lasciai con dolore.

 

Goethe si innamorò spesso e volentieri. In questo famoso quadro di Georg Melchior Kraus vediamo Goethe all'età di 26 anni ammirando un profilo ritagliato di Charlotte von Stein (uno degli amori più importanti - ma platonici - della sua vita), innamorandosi di lei prima ancora di conoscerla di persona...

E nonostante le innumerevoli poesie d'amore che scrisse fin da giovane, l'amore vero - quello, per così dire "carnale" - lo conosce solo a 36 anni. Glielo insegna un italiana. Ma dopo questa lezione, Goethe, con le donne che conosce non perde più tempo...

La prima poesia Annette an ihren Geliebten è del 1766 - Goethe aveva appena 17 anni. Un esempio tipico di poesia rococò ed è una delle poche poesie che sopravvivono all'autodafè con cui nel 1767 il giovane Goethe volle "chiudere" una fase della sua vita.

Es schlug mein Herz; geschwind zu Pferde! è invece già un prodotto di un Goethe poeticamente più maturo - stürmeriano - composta nel 1771. La scrisse a 22 anni, quando era a Strasburgo.
La poesia Holde Lili, warst so lang è molto breve, ma significativa: è scritta nel 1775, quando sta per lasciare Lili. In momenti come questi, cioè quando inizia o quando finisce un amore, Goethe scrisse le poesie più belle... Anche la lontananza dall'amata lo ispira, vedi a proposito: Wisst ihr, wie ich gewiß euch Epigramme...

Woher sind wir geboren?
è invece una poesia "matura" contenuta in una lettera a Charlotte von Stein, amore importante, ma del tutto platonico e intellettuale.

Molto poco platonico è Cupido, loser, eigensinniger Knabe! scritta in Italia, dove all'età di 37 anni, conosce per la prima volta il lato "carnale" dell'amore - la poesia lo fa capire bene...

L'ultima poesia, Im Vorübergehn, è una poesia molto dolce dedicata a sua moglie Christiane, nel 1813 quando Goethe aveva 64 anni!

Annette an ihren Geliebten

Ich sah, wie Doris bei Damöten stand,
er nahm sie zärtlich bei der Hand.
Mit starrem Blick sahn sie einander an,
Und sahn sich um, ob nicht die Eltern wachen;
Und da sie niemand sahn,
Geschwind - jedoch genug -
sie machtens, wie wirs machen.

Annette al suo amato

Ho visto Doride accanto a Damota,
Lui le prese teneramente la mano.
Si guardarono fissi negli occhi, poi
guardarono in giro, che non vegliassero genitori;
e poiché non videro nessuno,
svelti - ma bene -
fecero come facciamo noi.

Es schlug mein Herz; geschwind zu Pferde!

Es schlug mein Herz; geschwind zu Pferde!
Und fort! wild, wie ein Held zur Schlacht.
Der Abend wiegte schon die Erde,
Und an den Bergen hing die Nacht;
Schon stund im Nebelkleid die Eiche
Wie ein getürmter Riese da,
Wo Finsternis aus dem Gesträuche
Mit hundert schwarzen Augen sah.

Der Mond von einem Wolkenhügel
Sah schläfrig aus dem Duft hervor;
Die Winde schwangen leise Flügel,
Umsausten schauerlich mein Ohr;
Die Nacht schuf tausend Ungeheuer;
Doch tausendfacher war mein Mut;
Mein Geist war ein verzehrend Feuer,
Mein ganzes Herz zerfloß in Glut.

Ich sah dich, und die milde Freude
Floß aus dem süßen Blick auf mich.
Ganz war mein Herz an deiner Seite,
Und jeder Atemzug für dich.
Ein rosafarbes Frühlingswetter
Lag auf dem lieblichen Gesicht,
Und Zärtlichkeit für mich, ihr Götter!
Ich hofft es, ich verdient es nicht.

Der Abschied, wie bedrängt, wie trübe!
Aus deinen Blicken sprach dein Herz.
In deinen Küssen welche Liebe,
O welche Wonne, welcher Schmerz!
Du gingst, ich stund und sah zur Erden,
Und sah dir nach mit nassem Blick;
Und doch, welch Glück! geliebt zu werden,
Und lieben, Götter, welch ein Glück!

Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!

Mi batteva il cuore; svelto, a cavallo!
E via! Con l'impeto dell'eroe in battaglia.
La sera cullava già la terra,
e sui monti si posava la notte;
se ne stava vestita di nebbia la quercia,
gigantesca guardiana, là
dove la tenebre dai cespugli
con cento occhi neri guardava.

Da un cumulo di nubi la luna
sbucava assonnata tra le nebbie;
i venti agitavano le ali sommesse,
sibilavano orridi al mio orecchio;
la notte generava migliaia di mostri,
ma io mille volte più coraggio avevo;
il mio spirito era un fuoco ardente,
il mio cuore intero una brace.

Ti vidi, e una mite gioia
passò dal tuo dolce sguardo su di me;
fu tutto per te il mio cuore,
fu tuo ogni mio respiro.
Una rosea primavera
colorava l'adorabile volto,
e tenerezza per me, o numi,
m'attendevo, ma meriti non avevo.

L'addio, invece, mesto e penoso.
Dai tuoi occhi parlava il cuore;
nei tuoi baci quanto amore,
oh che delizia, e che dolore!
Partisti, e io restai, guardando a terra,
guardando te che andavi, con umido sguardo;
eppure, che gioia essere amati,
e amare, o numi, che gioia!

Holde Lili, warst so lang

Holde Lili, warst so lang
All mein Lust und all mein Sang;
Bist, ach, nun mein Schmerz, und doch
All mein Sang bist du noch.

Cara Lili, sei stata a lungo

Cara Lilli, sei stata a lungo
tutta la gioia, tutto il mio canto;
adesso, ahimè, sei tutto il mio dolore, eppure
sei tutto il mio canto ancora.

Woher sind wir geboren?

Woher sind wir geboren?
Aus Lieb.
Wie wären wir verloren?
Ohn Lieb.
Was hilft uns überwinden?
Die Lieb.
Kann man auch Liebe finden?
Durch Lieb.
Was läßt nicht lange weinen?
Die Lieb.
Was soll uns stets vereinen?
Die Lieb.

Da dove siamo nati?

Da dove siamo nati?
Dall'amore.
Come saremmo perduti?
Senza amore.
Cosa ci aiuta a superarci?
L'amore.
Si può trovare anche l'amore?
Con amore.
Cosa abbrevia il pianto?
L'amore.
Cosa deve unirci sempre?
L'amore.

Cupido, loser, eigensinniger Knabe!

Cupido, loser, eigenwilliger Knabe!
Du batst mich um Quartier auf einige Stunden.
Wie viele Tag' und Nächte bist du geblieben!
Und bist nun herrisch und Meister im Hause geworden!

Von meinem breiten Lager bin ich vertrieben;
Nun sitz ich an der Erde, Nächte gequälet;
Dein Mutwill schüret Flamm auf Flamme des Herdes,
Verbrennet den Vorrat des Winters
und senget mich Armen.

Du hast mir mein Geräte verstellt und verschoben;
Ich such und bin wie blind und irre geworden.
Du lärmst so ungeschickt; ich fürchte das Seelchen
Entflieht, um dir zu entfliehn, und räumet die Hütte.

Cupido, monello testardo!

Cupido, monello testardo!
M'hai chiesto un riparo per poche ore,
e quanti giorni e notti sei rimasto!
Adesso il padrone in casa mia sei tu!

Sono scacciato dal mio ampio letto;
sto per terra, e di notte mi tormento;
il tuo capriccio attizza fiamma su fiamma nel fuoco,
brucia le scorte d'inverno
e arde me misero.

Hai spostato e scompigliato gli oggetti miei,
io cerco, e sono come cieco e smarrito.
Strepiti senza ritegno, e io temo che l'animula
fugga via per sfuggire te, e abbandoni questa capanna.

Wisst ihr, wie ich gewiß euch Epigramme...

Wisst ihr,
wie ich gewiss euch Epigramme zu Scharen fertige,
führet mich nur weit von meiner Liebsten hinweg.

Sapete come vi darei epigrammi...

Sapete
come vi darei epigrammi a non finire?
Basta portarmi via, lontano dal mio amore.

Im Vorübergehn

Ich ging im Felde
So für mich hin,
Und nichts zu suchen,
Das war mein Sinn.

Da stand ein Blümchen
Sogleich so nah,
Daß ich im Leben
Nichts lieber sah.

Ich wollt es brechen,
da sagt es schleunig:
Ich habe Wurzeln,
Die sind gar heimlich.

Im tiefen Boden
bin ich gegründet;
Drum sind die Blüten
So schön geründet.

Ich kann nicht liebeln,
Ich kann nicht schranzen;
Mußt mich nicht brechen,
Mußt mich verpflanzen.

Mentre andavo

Andavo per i campi
così, per conto mio,
e non cercare niente
era quello che volevo.

E lì c'era un fiorellino,
subito lì, vicino,
che nella vita mai
ne vidi uno più bello.

Volevo coglierlo,
ma il fiore mi disse:
possiedo radici,
e sono ben nascoste.

Giù nel profondo
sono interrato;
per questo i miei fiori
son belli tondi.

Non so amoreggiare,
non so adulare;
non cogliermi devi,
ma trapiantare.

 


 

Franz Kafka

1883 - 1924

Franz Kafka, di lingua tedesca e di origine ebraica nasce a Vienna nel 1883 e muore a Kierling (Vienna) nel 1924. Dopo che la costituzione austriaca del 1867 ebbe conferito agli ebrei parità giuridica, il padre di Kafka, che parlava jiddish e ceco, era passato dal villaggio di Wossek, nella Boemia meridionale, a Praga, e qui aveva sposato Julie Lowy, nata a Podebrady, ebrea a sua volta, di famiglia borghese e di lingua tedesca. Primo di sei figli, Franz nacque quando la situazione economica del padre, il quale possedeva un emporio di articoli di moda, era solida; unico maschio, ricevette una buona educazione frequentando scuole tedesche della capitale ed entrando a far parte di una minoranza che nel 1918, quando Kafka, in occasione di un censimento, si dichiarò appartenente alla "nazione ebraica", finì col ridursi ad un'entità irrilevante. Tali elementi etnico-sociali sono necessari per una prima collocazione di Kafka nella letteratura europea del Novecento: gli aspetti anomali di un'attività che, richiamandosi ad una nozione assoluta di poesia (poco importa che egli abbia scritto soltanto in prosa), si presenta di compattezza e coerenza eccezionali presuppongono un numero di dati storici che hanno certamente avuto forte potere caratterizzante. Dottore in legge nel 1906, dopo un anno e mezzo di pratica legale, nel 1907 Kafka entra, come impiegato, nell'agenzia praghese delle Assicurazioni Generali di Trieste, per passare, nell'estate del 1908, all'Istituto delle assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori del regno di Boemia. In tale sede compie una carriera di funzionario coscienzioso e apprezzato, che chiude nel 1922 con richiesta di pensionamento, quando la tubercolosi, manifestatasi nel 1917, irrompe in tutta la sua gravità: muore infatti nell'estate del 1924, poco più che quarantenne, in una clinica nei pressi di Vienna. La sua vita, tranne brevi viaggi il più delle volte compiuti per salute, si svolge a Praga, nella casa paterna; nonostante due fidanzamenti rimane scapolo. Insofferente di legami familiari, ma non forte abbastanza per rinunciarvi; costretto in una città che sente angusta, ma incapace di lasciarla; privo di radici sul terreno sociale e su quello religioso, Kafka compie esperienze decisive nel mondo del lavoro, con cui la professione lo tiene in contatto quotidiano, ricavando da esso, come mostrano i rapporti redatti per il suo Istituto, motivi e figurazioni: quelli di istanze invisibili al vertice di gerarchie illimitate, dell'individuo in balia di leggi che ignora, degli arbitri di una burocrazia pigra e potente. Non estraneo in gioventù a circoli anarchici e socialisti, dal 1917 in avanti s'interessa sempre più alla questione ebraica, seguendo i progressi del sionismo (movimento politico che si proponeva di ricondurre gli ebrei nell'antica patria palestinese) e considerando la possibilità di trasferirsi in Palestina.

Legato da amicizia, all'università, con coetanei introdotti in ambienti letterari, tra cui ricordiamo M. Brod, Kafka inizia presto a scrivere, cercando di conciliare lavoro professionale ed attività letteraria; labile di nervi, fragile di salute, vive l'esistenza di impiegato scrittore in un conflitto spesso esasperato. La sua prima pubblicazione su rivista è del 1908: otto brevi prose che insieme ad altre dieci assumono il titolo di Meditazione. Insieme con due lunghi frammenti apparsi postumi e risalenti al primo periodo, Descrizione di una battaglia e Preparativi per le nozze in campagna, la raccolta di prose liriche può considerarsi il nucleo intorno al quale, nel corso di poco più di un decennio, si sviluppa un rizoma (fusto sotterraneo simile a radice): elementi omo- ed eterogenei saldamente connessi, che crescono non secondo piani verticali ed orizzontali, ma diagonalmente, in ogni direzione. A queste immagini preferiamo riferirci per la descrizione del lascito di un autore che nega la nozione di letteratura nel momento in cui la esalta, quando la identifica con l'atto elementare dello scrivere. Ne deriva che non solo inutile ma dannoso può rivelarsi il costringere tale formazione organica entro schemi, di qualunque natura essi siano: l'enorme quantità di frammenti di cui essa consiste (in realtà, nel caso di Kafka, è improprio parlare di frammenti), in forma di romanzi, racconti, novelle, poemetti, note di diario e lettere, appartiene ad una sostanza che conserva la sua specificità attraverso le forme che assume ed i passaggi che tenta. Scrittore incondizionato, Kafka è anche incondizionabile. I sette volumi che pubblicò, curandoli di persona - la citata Meditazione (1913), Il fuochista (1913), La metamorfosi (1915), La condanna (1916), Nella colonia penale (1919), Un medico in campagna (1919-20) ed Un digiunatore (1924) - rappresentano una piccola percentuale di quello che, sfuggito a distruzioni di manoscritti da lui compiute, ad incuria di corrispondenti, a persecuzioni politiche, è stato pubblicato postumo grazie all'interessamento ed all'abnegazione dell'amico Brod, che non tenne conto delle disposizioni testamentarie dell'amico, secondo le quali avrebbe dovuto distruggere tutti gli scritti da lui lasciati. Essi sono importanti come punti di riferimento, in quanto denotano momenti di euforia creativa; sono esemplari per situazioni, figurazioni e movimenti; e sono preziosi per l'esame che consentono del lavoro dello scrittore, delle sue esigenze stilistiche: essi possono considerarsi la parte emergente di un'opera che si sottrae a tracciati e recinzioni. Quando, in luogo dell'edizione attualmente disponibile degli scritti di Kafka si disporrà di un'edizione in cui tutti i materiali siano collocati cronologicamente, così da accedervi in ogni momento da qualsiasi punto, si vanificherà anche gran parte della letteratura cresciuta in modo surrettizio su di essa, tanto da coprirla e farla, in più di un caso, scomparire. La lettura resa così possibile darà ai tre tentativi di romanzo il senso che loro compete tra i frammenti che li circondano, le lettere che li anticipano, sviluppano e commentano, i racconti e gli abbozzi che ne variano temi e figure. Pubblicati postumi, rispettivamente nel 1927, nel 1925 e nel 1926, America, Il processo ed Il castello sono le stazioni principali di una ricerca fatta unica ragione di vita ed identificata con la letteratura. Se in America sono perseguite esigenze formali sull'esempio di Flaubert e Dickens, che rendono l'epos singolarmente diverso da altre prove di Kafka, quasi un tributo al realismo, sentito soprattutto come esigenza morale, occorre tenere presente che il motivo del giovane abbandonato a se stesso, incapace di superare gli ostacoli che forze negative frappongono fra lui e qualsiasi forma di salvezza, è saggiato e variato in altri scritti anche dello stesso periodo e ripreso, con determinazione disperata, in due successive narrazioni di grande respiro. In America Kafka, scrittore di fantasia, fa uso costante dell'immaginazione, usando come supporto relazioni di viaggio contemporanee: modo a lui non congeniale, che rende necessaria una lettura in trasparenza e l'impiego di filtri. Sia per Il processo che per Il castello valgono esteriormente unità di luogo e di tempo; teatro del primo è la Praga storica, del secondo un maniero campagnolo, forse quello del villaggio paterno di Wossek, che Kafka conosceva dall'infanzia; un anno dura l'azione de Il processo, pochi giorni quella de Il castello, al momento in cui il racconto s'interrompe. Nell'ambito di queste due categorie sottoposte a processi di contrazione e dilatazione che ne richiamano altri, usati da artisti figurativi di quel periodo; nel rifiuto della psicologia e nell'impiego di tecniche che Kafka aveva assimilato da attori jiddish, conosciuti tra il 1910 ed il 1912, l'azione vera e propria appare di scarso rilievo. I due epos della solitudine, della colpa, della verità degradata, dell'impurità, si direbbe che procedano solo regredendo, che crescano su se stessi per sottrazione, esaurendo ogni possibilità di sviluppo nel momento in cui si spiegano: come in cerimonie di scongiuro, più che d'assoluzione o di condanna, una liturgia enigmatica, interminabile, intessuta di elementi talmudici (la parola deriva da Talmud che è il complesso delle dottrine e degli insegnamenti postbiblici ebraici raccolti per iscritto verso il V secolo), sostanzia le due narrazioni ed al tempo stesso le vanifica. Riportiamo ora la trama del racconto La metamorfosi che probabilmente è l'opera in assoluto più famosa dell'intero corpus kafkiano:

Gregor Samsa, commesso viaggiatore, è, fallito il padre, il sostegno della famiglia. Ma, svegliatosi un mattino dopo una notte di incubi, si trova trasformato in uno scarafaggio. Accortosi della ripugnanza che desta nei familiari, si adatta a dormire sotto il letto ed a non comparire più. Si nutre soltanto di rifiuti, assistito da una vecchia serva, unica a non scansarlo. Ma un giorno, attirato dal suono del violino della sorella Grete, riappare tra i suoi. Il padre gli scaglia una mela, che lo ferisce, Gregor ne muore poco dopo. La vecchia serva, commiserandolo, lo getta nella spazzatura.

 

 

Non è facile affrontare la lettura dell'opera di Kafka: a seconda da quale punto di vista lo si voglia esaminare, si hanno interpretazioni alquanto diverse. Al primo approccio quello che Kafka scrive può sembrare veramente "assurdo". Eppure, con la giusta chiave di lettura, le sue opere risultano estremamente affascinanti, profonde e stimolanti. La chiave di lettura è data dalla conoscenza della personalità dell'autore.

Es ist nicht leicht, sich dem Werk Kafkas zu nähern: Man kann es von mehreren Gesichtspunkten aus betrachten und wird jeweils zu ganz verschiedenen Interpretationen kommen. Bei der ersten Lektüre werden uns die Schriften Kafkas „absurd“ erscheinen. Aber wenn man den Zugang zu ihrer Lektüre gefunden hat, werden sie anregen und faszinieren und man wird ihre Tiefe erkennen. Der Schlüssel zu Kafkas Werk liegt in der Kenntnis der Persönlichkeit des Autors.

Per comprendere esattamente e gustare l'apparente assurdità della prosa kafkiana, sarebbe necessario infatti conoscere la sua particolare condizione di ebreo, figlio di ebrei da tempo inseriti in ambiente germanico (Praga) e perciò staccati dalle tradizioni ebraiche, ma non per questo pienamente accolti dal loro ambiente. Ancor di più sarebbe necessario conoscere il personale rapporto dello scrittore Kafka con la realtà, rapporto che egli stesso descrive con sorprendente lucidità e capacità introspettiva nei suoi diari e in alcune opere autobiografiche (esempio: "Brief an den Vater").

Man muss die besonderen Lebensumstände Kafkas kennen, um das scheinbar Absurde seiner Prosa verstehen und schätzen zu können: die Situation eines Juden, des Sohnes von Juden, die sich seit langem in die deutsche Atmosphäre von Prag eingelebt haben, sich deshalb also von der jüdischen Tradition gelöst haben, die aber trotzdem nicht vollkommen von ihrer neuen Umwelt akzeptiert werden. Noch wichtiger ist es, Kafkas persönliche Beziehung zur Wirklichkeit zu verstehen. Diese Beziehung beschreibt er selbst in seinen Tagebüchern und in einigen seiner autobiographischen Schriften (z.B. im „Brief an den Vater“) mit erstaunlicher Klarheit und Fähigkeit zur Selbsterkenntnis.

Come "chiave di lettura" viene qui proposta un'interpretazione di tipo psicologico, che è forse quella che trova più facile ed immediato riscontro in tutti gli scritti di Kafka. Kafka conosceva l'opera e l'attività di Freud ed egli stesso, ripetutamente, tentava di analizzarsi con un procedimento che potrebbe definirsi "psicoanalitico": ricordando cioè episodi determinanti della sua infanzia, ricostruendo il suo rapporto con i genitori e, in particolare, con il padre, la cui forte e robusta personalità agì da forza inibitrice sul delicato ragazzo. L'intera opera di Kafka si può forse definire un unico, sofferto diario: rappresenta infatti la volontà di uscire dalla solitudine e di dare sfogo, consistenza e chiarezza ai suoi sentimenti, primo fra tutti il senso di estraneità ed indifferenza nei confronti del mondo.

Als Schlüssel zum Werk Kafkas versuchen wir hier eine psychologische Interpretation zu geben, eine solche erlaubt wohl am leichtesten und unmittelbarsten einen Zugang zu allen seinen Schriften. Kafka kannte die Werke und die Tätigkeit von Freud und versuchte wiederholt, sich mit „psychoanalytischer“ Methode selbst zu analysieren: d.h. er rief sich entscheidende Erlebnisse aus seiner Kindheit ins Gedächtnis zurück; er rekonstruierte das Verhältnis zu seinen Eltern und im Besonderen zu seinem Vater, dessen starke Persönlichkeit das zarte Kind einschüchterte.
Man kann vielleicht das gesamte Werk Kafkas als ein einziges Tagebuch des Leidens betrachten: Es zeigt seinen Willen, sich aus der Einsamkeit zu befreien, seinen Gefühlen, vor allem dem Gefühl des Fremdseins und der Gleichgültigkeit der Welt gegenüber, Ausdruck zu verleihen und sich über sich selbst Klarheit zu verschaffen.

Kafka si sentiva incapace di vivere ed agire nella realtà come essere adulto consapevole e responsabile: per questo motivo rifiutò ad esempio di sposare la fidanzata Felice Bauer. Kafka non riusciva a sentirsi inserito nelle cose che lo circondavano, partecipe ed entusiasta degli affetti e degli avvenimenti che lo riguardavano: e mentre notava negli altri questa capacità di partecipazione e di adeguamento alla realtà, viveva come colpa personale la sua incapacità. L'incomprensione, la solitudine, l'indifferenza erano vissute da Kafka con la convinzione di esserne egli stesso (e solo lui) la causa. Il senso di colpa che ne derivava, sta quindi alla base di tutta la sua personalità, è una colpa metafisica, slegata da un concreto avvenimento.

Kafka fühlte sich unfähig, als selbst- und verantwortungsbewusster Erwachsener zu handeln und in der Wirklichkeit zu leben. Aus diesem Grund weigerte er sich zum Beispiel auch, seine Verlobte Felice Bauer zu heiraten. Es gelang Kafka nicht, sich zu den anderen zugehörig zu fühlen, am Leben der Menschen, die ihn liebten, teilzuhaben und sich zu freuen an dem Positiven, was um ihn herum geschah. Während er bei den anderen diese Fähigkeit zur Teilnahme an der Wirklichkeit und zur Anpassung beobachtete, erlebte er seine Unfähigkeit hierzu als eine persönliche Schuld. Die Ursache für seine Einsamkeit und für seine Gleichgültigkeit und Verständnislosigkeit seiner Umwelt gegenüber glaubte Kafka bei sich selbst (und nur bei sich selbst) suchen zu müssen. Dieses Schuldgefühl prägt seine ganze Persönlichkeit, es ist das Gefühl einer metaphysischen Schuld, die an kein besonderes Erlebnis gebunden ist.

Il tema della colpa è ricorrente in tutta l'opera kafkiana. Tutti i suoi eroi sono colpevoli, ma essi non sono altro che la sua controfigura. Egli gioca addirittura con i nomi dei suoi personaggi: Herr K. in "Ein Traum"; Josef K. in "Der Prozeß"; Herr Samsa in "Die Verwandlung", dove le lettere S e M stanno al posto di K e F del suo cognome. In fondo la colpa di Kafka consiste nella sua incapacità di operare una chiara scelta fra il "suo" mondo, rappresentato dalla letteratura, e l'esistenza borghese, rappresentata dal lavoro (lavorava come impiegato presso una Compagnia di Assicurazioni), dal matrimonio e dalla famiglia. Non seppe mai conciliare le due direzioni e per questo si sentiva alienato dalla società ed inappagato nei suoi bisogni. Era convinto che solo chi riesce a vivere fino in fondo la razionalità borghese, non lasciando spazio all'irrazionalità e all'insicurezza, possa sopravvivere.

Das Thema der Schuld kehrt bei Kafka immer wieder. Alle Hauptpersonen seiner Werke sind schuldig, aber alle sind nichts anders als sein Ebenbild. Sogar mit den Namen seiner Helden spielt er: Herr K. in „Ein Traum“, Josef K. in „Der Prozess“, Herr Samsa in „Die Verwandlung“ (hier stehen die Buchstaben „S“ und „M“ für das „K“ und das „F“ seines Familiennamens). Im Grunde genommen besteht Kafkas Schuld in seiner Unfähigkeit, eine klare Wahl zu treffen zwischen „seiner Welt“ – d.h. der Welt der Literatur – und dem bürgerlichen Leben – d.h. der Welt der Arbeit (er arbeitete als Angestellter bei einer Versicherungsgesellschaft), der Ehe, der Familie. Es gelang ihm niemals, diese beiden Daseinsformenn miteinander auszusöhnen, so dass er sich in der Gesellschaft fremd und unbefriedigt fühlte. Seiner Meinung nach konnte nur derjenige überleben, der das bürgerliche Dasein rational und ohne Unsicherheit zu leben imstande war.

Questa colpa deve però essere punita: chi non sa adeguarsi è destinato all'auto-distruzione. La sua stessa malattia, la tubercolosi che lo porterà alla tomba a soli 41 anni, è la conseguenza di questa sua colpa. In un'epoca in cui non si parlava ancora di "malattie psicosomatiche", Kafka, con lucida intuizione, addita chiaramente l'origine della sua malattia nella debolezza della psiche.

Diese Schuld muss jedoch bestraft werden: Derjenige, der sich nicht angleichen kann, ist der Selbstzerstörung ausgesetzt. Auch seine Krankheit, die Tuberkulose, an der er mit 41 Jahren starb, betrachtet Kafka als Folge dieser Schuld. In einer Zeit, in der man noch nicht von psychosomatischen Krankheiten sprach, sieht Kafka, mit klarer Intuition, den Ursprung der Krankheit in der Schwäche seiner Psyche.

Ed analogamente, per quasi tutti i suoi eroi, alla fine sopraggiunge la morte che, naturalmente, appare priva di senso. Un modo per sfuggire al peso di questo conflitto psicologico Kafka l'aveva trovato nell'attività letteraria. La possibilità di scrivere era considerata da Kafka la cosa più importante ed indispensabile per la sua esistenza, un mezzo quasi per non impazzire. A volte passava l'intera notte a scrivere, o addirittura usufruiva delle ferie per dedicarsi completamente a questa attività. Spesso i suoi racconti o i suoi romanzi hanno la caratteristica dei sogni, come se nella notte, mentre scriveva, fissasse sulla carta le sue fantasie, le sue allucinazioni. Ma proprio queste fantasie, questi sogni, appaiono più veri della stessa realtà, perché, mentre la realtà è apparenza, il sogno è intuizione, è interpretazione della realtà.

In Analogie hierzu müssen fast alle seine Helden von einem sinnlosen Tod dahingerafft werden. Die einzige Art, sich diesem schweren Konflikt zeitweilig zu entziehen, gab es für Kafka in seinem literarischen Schaffen. Kafka betrachtete die Möglichkeit, schreiben zu können, als das Wichtigste in seinem Leben, als unerlässlich, um nicht dem Wahnsinn zu verfallen. Manchmal schreib er die ganze Nacht durch oder er widmete seine gesamte Urlaubszeit der schriftstellerischen Tätigkeit. Oft sind seine Erzählungen und seine Romane eine Art Träume. So hielt er in der Nacht seine Phantasievorstellungen und seine Halluzinationen auf dem Papier fest. Aber gerade diese Phantasien und Träume scheinen wahrer als die Wirklichkeit; während die Wirklichkeit Schein ist, ist der Traum Intuition, Deutung der Wirklichkeit.

Kafka scriveva essenzialmente per se stesso, non certo per un pubblico. Aveva infatti pregato l'amico Max Brod di bruciare, dopo la sua morte, tutti i manoscritti non ancora pubblicati. Fortunatamente l'amico non esaudì questo desiderio.

Kafka schrieb im Wesentlichen für sich selbst, nicht für einen Leser: Er hatte denn auch seinen Freund Max Brod gebeten, alle seine noch nicht veröffentlichten Manuskripte nach seinem Tod zu verbrennen. Zum Glück erfüllte sein Freund diesen Wunsch nicht.

 


 

 

Bertolt Brecht

1898 - 1955

Il 10 febbraio 1898, ad Augsburg in Germania, nasce Bertolt Brecht, uno dei più grandi autori di teatro e di prosa di questo secolo.
Compie studi di medicina in Bavaria. È assistente di campo nella Prima guerra mondiale, specificamente nel 1918. Data lo stesso anno la composizione del suo primo lavoro teatrale, Baal, mentre è del 1920 il suo primo, clamoroso successo, ottenuto con la rappresentazione di Trommeln in der Nacht (Tamburi nella notte). Tra i suoi padri letterari ci sono Kipling, Villon, Rimbaud, Wedekind. Brecht è anche poeta: nel 1927 esce il libro di versi Die Hauspostille.
Brecht, che ha conosciuto gli ambienti Dada ed è diventato un impegnato intellettuale comunista, si trasferisce a Berlino, dove compone, nel 1928, Die Dreigroschenoper (L'opera da tre soldi) insieme a Kurt Weil: è un successo clamoroso, che determina il passaggio del drammaturgo tedesco a figura antagonista e profondamente antiborghese. Per questo motivo, nel '33 Brecht viene esiliato. Ripara in Scandinavia, dove rimane fino al 1941, quando emigra negli Stati Uniti, lavorando per produzioni minori a Hollywood.
Dal '41, anno di uscita di Mutter Courage und ihre Kinder (Madre Courage e i suoi figli), al 1948, quando viene pubblicato Der kaukasische Kreidekreis (Il cerchio di gesso del Caucaso; prima in versione inglese), Brecht produce i suoi drammi migliori (tra questi, sono compresi la Vita di Galileo e La resistibile ascesa di Arturo Ui).
Al ritorno in Germania, Brecht ha definito la propria teoria sul teatro. È propugnatore di un teatro al tempo stesso epico e marxista, capace di rapprasentare qui e ora i cambiamenti sociali, e di coinvolgere gli spettatori nel processo scientifico di analisi e mutamento della società, sottraendoli violentemente al processo di alienazione che subiscono in quanto "pubblico" (attori che scendono dalla scena o si rivolgono personalmente agli spettatori: ecco uno soltanto tra gli espedienti tecnici del teatro brechtiano, che si differenzia in maniera radicale, quanto a intenti, dalle trovate avanguardiste).
Nel 1955 a Brecht viene conferito il Premio Lenin. L'anno dopo, muore per un attacco cardiaco.

 

Dauerten wir unendlich

Dauerten wir unendlich
So wandelte sich alles
Da wir aber endlich sind
Bleibt vieles beim Alten.

Se durassimo in eterno

Se durassimo in eterno
Tutto cambierebbe
Dato che siamo mortali
Molto rimane come prima.

Der Radwechsel

Ich sitze am Straßenhang.
Der Fahrer wechselt das Rad.
Ich bin nicht gern, wo ich herkomme.
Ich bin nicht gern, wo ich hinfahre.
Warum sehe ich den Radwechsel
Mit Ungeduld?

Il cambio della ruota

Sto seduto ai margini della strada.
L'autista cambia la ruota.
Non sono volentieri lì da dove vengo.
Non sono volentieri lì dove vado.
Perché vedo il cambio della ruota
Con impazienza?

Ich benötige keinen Grabstein

Ich benötige keinen Grabstein, aber
Wenn ihr einen für mich benötigt
Wünschte ich, es stünde darauf:
Er hat Vorschläge gemacht. Wir
Haben sie angenommen.
Durch eine solche Inschrift wären
Wir alle geehrt.

Non ho bisogno di una lapide

Non ho bisogno di una lapide, ma
Se voi avete bisogno di una per me
Vorrei che ci fosse scritto:
Ha fatto delle proposte. Noi
Le abbiamo accettate.
Con una tale incisione saremmo
Onorati tutti quanti.

Der Rauch

Das kleine Haus unter Bäumen am See.
Vom Dach steigt Rauch.
Fehlte er
Wie trostlos wären dann
Haus, Bäume und See!

Il fumo

La piccola casa sotto gli alberi sul lago.
Dal tetto sale il fumo.
Se mancasse
Quanto sarebbero desolati
La casa, gli alberi, il lago!

Die Maske des Bösen

An meiner Wand hängt ein japanisches Holzwerk.
Maske eines bösen Dämons, bemalt mit Goldlack..
Mitfühlend sehe ich
Die geschwollenen Stirnadern, andeutend
Wie anstrengend es ist, böse zu sein.

La maschera del cattivo

Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese
La maschera di un demone cattivo, dipinta con lacca d'oro.
Pieno di compassione vedo
Le gonfiate vene frontali, segno di
Quanto è faticoso essere cattivo.

Tagesanbruch

Nicht umsonst
Wird der Anbruch eines neuen Tages
Eingeleitet durch das Krähen des Hahns
Anzeigend seit alters
Einen Verrat.

Alba

Non per caso
L'alba di un nuovo giorno
Inizia col grido del gallo
Che fin dai tempi antichi indica
Un tradimento.

Hollywood

Jeden Morgen, mein Brot zu verdienen
Gehe ich auf den Markt, wo Lügen gekauft werden.
Hoffnungsvoll
Reihe ich mich ein zwischen die Verkäufer.

Hollywood

Ogni mattina, per guadagnarmi da vivere,
Vado al mercato dove si comprano le bugie.
Pieno di speranza
Mi metto tra chi vende.

 


 

 

Sigmund Freud

1856 - 1951

 

Sigmund Freud nacque il 6 maggio 1856, da una modesta famiglia israelitica, a Freiberg (Moravia). A Vienna dove la famiglia si era trasferita quattro anni dopo la sua nascita, si iscrisse dapprima alla facoltà di Scienze, dedicandosi con alcuni successi alla ricerca pura e, successivamente, a causa di problemi economici, a Medicina. Nel 1881 si laureò. Quattro anni dopo ebbe la libera docenza in neuropatologia ed una borsa di studio; ne approfittò per andare a Parigi, alla Salpêtrière, da Charcot, il più grande neurologo europeo di quei tempi. Per la cura degli isterici Charcot si serviva dell'ipnoterapia ed in quegli anni l'interesse di Freud per l'ipnosi divenne vivissimo. Dell'ipnosi per la terapia dei casi isterici si serviva anche a Vienna il dottor Joseph Breuer. A partire dal 1887 Freud iniziò a collaborare con lui. Da questa collaborazione, che durò sino al 1895, Freud ricavò alcune acquisizioni che resteranno essenziali per la terapia dell'isteria e di altre nevrosi. I risultati di questo lavoro comune furono pubblicati nell'opera Studi dell'isteria apparsa nel 1895. Motivi teorici e pratici e in massima parte una sostanziale diversità di interessi provocarono il graduale allontanamento di Freud da Breuer, allontanamento che si compì, come abbiamo già accennato, poco dopo la pubblicazioni degli Studi. A partire dal 1895 Freud iniziò la propria autoanalisi che si concluse nel 1900. Freud che aveva conseguito la libera docenza nel 1885 ottiene la carica di professore straordinario all'università di Vienna nel 1902 e, in seguito, nel 1920, di professore ordinano. Tali riconoscimenti erano dovuti al suo prestigio di neuropatologo, infatti in quegli anni la psicoanalisi era ancora fraintesa o ritenuta scandalosa ed oggetto di accuse e di polemiche, tuttavia aveva iniziato, sia pure lentamente, a diffondersi. Nel 1902 si costituì un primo gruppo di Vienna, con segretario Otto Rank, nel quale si ebbero, già le prime ripicche per questioni di priorità. Nel 1907 si strinsero i primi rapporti con il Bürghölzli, la clinica psichiatrica di Zurigo, e cioè con Bleuler ed i suoi assistenti Eitington e Jung, che dovevano ben presto dar luogo alla pubblicazione d'una rivista di studi comuni, lo Jahrbuch fuer Psychologie und Psychopathologie. Questa collaborazione consentì una maggiore diffusione della psicoanalisi, grazie alla istituzione di una associazione privata ed all'insegnamento che pubblicamente se ne faceva da una clinica di così grande risonanza. In quegli anni Freud aveva pubblicato alcuni importanti lavori: Psicopatologia della vita quotidiana (1901), Tre saggi sulla sessualità (1905), Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio 1905). Nel congresso di Norimberga, tenutosi nel 1910, fu fondata una Associazione ufficiale degli psicoanalisti a capo della quale venne eletto Jung. Negli anni seguenti si tennero altri congressi, a Weimar (nel 1911) e a Monaco (nel 1913), e questi contribuirono a far uscire definitivamente la psicoanalisi dalla sua preistoria. Nel febbraio del 1923 Freud avvertì i primi sintomi di un male che si rivelò un cancro alla mascella. Egli conservò, tuttavia, la sua straordinaria vitalità; continuò il lavoro di analista e di scrittore; volle rimanere sempre consapevole e presente a se stesso, rifiutando ogni pietoso inganno; nonostante i dolori, non prendeva calmanti, per non ottundere la propria usuale chiarezza intellettiva. Aveva continuamente accanto, in un rapporto sempre più stretto, la figlia Anna, cui era legato, dice Jones, da "una reciproca, profonda, silenziosa comprensione e simpatia". Anna era la sua compagna, la segretaria, l'assistente, la collaboratrice. Nel 1933 i nazisti prendono il potere in Germania; nonostante i cattivi presagi di un'aggressione all'Austria e le ripetute esortazioni degli amici, Freud non acconsente a lasciare Vienna. Vi si deciderà solo cinque anni più tardi, di fronte all'Anschluss. Nel 1938, dunque, si trasferisce con la famiglia a Londra, dove muore l'anno seguente il 23 settembre. La letteratura esistente sulla vita e sull'opera di Sigmund Freud è amplissima ed è, quindi, impossibile darne in questa sede un quadro sia pure sommariamente esaustivo. Ci si limiterà a ricordare qui di seguito le opere principali pubblicate dallo studioso viennese: Studi sull'isteria (1895); L'interpretazione dei sogni (1900); Psicopatologia della vita quotidiana (1901); Tre saggi sulla sessualità (1905); Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio (1905); Il caso di Dora (1905); Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen (1907); Il caso del piccolo Hans (1909); Il caso dell'uomo dei topi (1909); Sulla psicoanalisi. Cinque conferenze (1910); Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci (1910); Totem e tabù (1913); Storia del movimento psicoanalitico (1914); Il caso dell'uomo dei lupi (1918); Al di là del principio del piacere (1920); Psicologia collettiva e analisi dell'io (1921). A partire dal 1968, a cura di Cesare Musatti, presso l'editore Boringhieri di Torino è iniziata la stampa in traduzione italiana delle Opere di Freud. Dalla Newton Compton nel 1992 sono state pubblicate le opere e gli scritti minori di Freud in due ampi volumi: Opere 1886-1905 e Opere 1905-1921.

 


 

 

 Albert Einstein

  1879 - 1955

Albert Einstein, nacque il 1879 a Ulm, da una famiglia di origine ebraica. Trascorse la sua infanzia a Monaco di Baviera, ma terminò gli studi in Svizzera, laureandosi al Politecnico di Zurigo (1900). Prese la cittadinanza svizzera per assumere un impiego all’Ufficio Brevetti di Berna. Il modesto lavoro gli consentì però di dedicare gran parte del suo tempo allo studio della fisica. Nel 1905 pubblicò tre studi teorici. Il primo e più importante studio che conteneva la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta. Il secondo studio, relativo al moto browniano, destinato a confermare l’esistenza degli atomi. Il terzo studio, sull’interpretazione dell’effetto fotoelettrico, avanzava l’ipotesi della propagazione della luce mediante quanti discreti di energia (fotoni); quest’ultimo studio gli valse il premio Nobel nel 1921. Nel 1916 pubblicò la memoria: I fondamenti della teoria della Relatività generale, frutto di oltre dieci anni di studio. Questo lavoro è considerato dal fisico stesso il suo maggior contributo scientifico e si inserisce nella sua ricerca rivolta alla geometrizzazione della fisica. Con l’avvento al poter di Hitler, Einstein fu costretto ad emigrare negli USA, dove insegnò all’Università di Princeton. Einstein disprezzava la violenza e la guerra, ma fu doppiamente coinvolto nella realizzazione della bomba atomica. In primo luogo perché è uno dei risultati della teoria della relatività, in secondo luogo perché scrisse, insieme a molti altri fisici, una famosa lettera al presidente Roosevelt, che segnò l’inizio per la costruzione dell’arma nucleare. Terminata la guerra Einstein s’impegnò attivamente contro la guerra e le persecuzioni razziste, compilando una dichiarazione pacifista contro le armi nucleari. Il mondo fu un po’ più piccolo quando morì, a Princeton, nel 1955.

 


 

 

 

 Friedrich Nietzsche

1844 - 1900

Nato a Rocken, piccolo villaggio della Sassonia prussiana, il 15 ottobre del 1844, Friedrich Nietzsche crebbe in un'atmosfera fortemente religiosa-protestante. La sua vita fu fortemente segnata da una salute instabile: una malattia nervosa, aggravatasi col tempo e col susseguirsi di tristi eventi, lo tormentò sino a farlo arrivare alla pazzia.
Gli anni antecedenti a questi disturbi mentali, furono caratterizzati dall'insegnamento di filologia classica all'Universita' di Basilea, testimoniati dalle parole di un suo allievo, Trangott Siegfried. Egli lo descrive come il professore piu' ammirato e rispettato tra gli studenti: "Incoraggiava al lavoro con gentilezza e benevolenza e cercava di spingere gli scolari ad esprimersi liberamente."; ce lo fa apparire come una persona molto equilibrata e poco incline alla collera: "Non aveva mai rimproverato nessuno. Non appariva mai agitato, non lo si sentì mai alzare la voce o dire una parola adirata. A riprova della nostra stima e del nostro amore per Nietzsche, bisogna ricordare che non gli venne mai dato un nomignolo, che invece la maggior parte dei professori doveva subire."
A partire dal 1875, la situazione mutò radicalmente: la sua salute incomincio' a peggiorare, e per questo dovette abbandonare la cattedra dell'Università. In questi anni conobbe, inoltre, Lou Andreas-Salome', una giovane finlandese nella quale credette di aver trovato un discepolo ed una compagna di eccezione. Al contrario, le aspettative del Nostro, furono deluse, in quanto l'amore non era ricambiato. Questa esperienza aggravò ulteriormente la sua salute fino a far intravedere i primi segni di pazzia.
E' proprio la testimonianza di Andreas-Salome' che inquadra Nietzsche come pensatore ed esploratore dell'animo umano.
"Fu quella l'epoca in cui l'espressione generale del suo essere era già totalmente pervasa da profondi moti interiori, e traspariva anche in cio' che egli tratteneva e celava. Vorrei dire: il nascondersi, l'intuizione di una segreta solitudine, questa era la prima forte impressione da cui si era colti in presenza di Nietzsche. All'osservatore distratto non appariva nulla di particolare: quest'uomo di media statura, nei suoi abiti estremamente semplici, seppur curatissimi, dai tratti pacati e i capelli scuri pettinati all'indietro, passava facilmente inosservato. I fini lineamenti della bocca, fortemente espressivi, erano quasi completamente nascosti dai grandi baffi pettinati in avanti. Era difficile immaginarsi questa figura nel mezzo di una folla di persone: portava l'impronta dell'isolamento, della solitudine. Quanto ai suoi occhi, essi parlavano in modo estremamente rivelatore. La vista difettosa dava ai suoi tratti un incanto tutto particolare, in quanto essi, invece di riflettere le mutevoli impressioni esterne, rispecchiavano solo quanto si svolgeva nel suo animo.
In fondo tutta la sua ricerca di pensatore non era altro che un indagine dell'animo umano, alla ricerca di mondi inesplorati, delle sue possibilità non ancora esaurite fino in fondo, che egli si creava e ricreava incessantemente."

Questo fu probabilmente l'ultimo periodo di lucidità del nostro filosofo; infatti la malattia nervosa sfociò ben presto nella pazzia, con la quale Nietzsche condivise gli ultimi anni della sua vita.
Il 25 agosto del 1900 Friedrich Nietzsche si spense a Weimar.
 

 

 


 

 

 

 

Rainer Werner Fassbinder
1945 - 1982

Fassbinder nasce nel 1945. Dal 1965 è impegnato in vari gruppi teatrali, prima come attore, dopo anche come regista e autore. Nel 1969 gira il suo primo film e diventa subito un esponente di primo piano del Nuovo cinema tedesco che si sta imponendo in quel periodo.

Dal 1969 fino alla sua morte prematura all'età di 37 anni Fassbinder gira in appena 14 anni la incredibile quantità di ca. 40 film per il cinema e per la televisione, inoltre lavora come attore e regista di teatro. Il suo grande idolo era Bertold Brecht (vedi anche le pagine dedicate a Brecht). Tra i suoi film ci sono molti capolavori, come per esempio Katzelmacher (1969), Effi Briest (1974, da un romanzo di Theodor Fontane), Il matrimonio di Maria Braun (1978), Lili Marlene (1980), la serie televisiva Berlin Alexanderplatz (1980, 14 puntate, lunghezza totale: 931 minuti!), Veronika Voss (1982) e Querelle (1982). Argomento centrale dei suoi film, che spaziano tra molti generi diversi, sono le difficoltà nei rapporti umani, e i piccoli e grandi drammi della vita quotidiana. In molti dei suoi film toccò degli argomenti scomodi per la Germania degli anni '70 e '80 che non voleva essere ricordata delle sue contraddizioni del presente e del passato. Per la sua sterminata produzione ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Fassbinder ebbe una vita privata difficile e tormentata. La sua omosessualità e gli argomenti spinosi dei suoi film gli crearono anche molti nemici. Muore nel 1982, a 37 anni, probabilmente per una overdose di sonniferi e di cocaina.